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La presa in carico psicologica dell’adolescente e della sua famiglia: l’occasione per una ripartenza!

LA PRESA IN CARICO PSICOLOGICA DELL’ADOLESCENTE E DELLA SUA FAMIGLIA: L’OCCASIONE PER UNA RIPARTENZA!

Molto spesso gli adolescenti si trovano a vivere momenti di grande difficoltà che non riescono a superare. Fasi di stallo, totale apatia, comportamenti di ritiro sociale, estrema ribellione o aggressività distruttiva sono solo alcuni degli ingredienti di un malessere esistenziale che se non guardato da vicino sembrerà non avere una forma, né un nome…e per questo farà ancora più male.

Di fronte a una sofferenza che non riesce a spiegarsi, talvolta l’adolescente si fa delle domande e arriva a chiedere da sé l’aiuto di uno psicologo per risolvere i suoi problemi, o prima ancora per individuarli e identificarli.

Di solito, però, è un genitore a contattare il professionista, perché vede il disagio del proprio figlio e non sa come aiutarlo. Quando ciò accade, l’adolescente raramente è motivato ad incontrare uno psicologo, e le cause di ciò sono numerose.

  • In primo luogo, l’idea che spesso domina le menti dei ragazzi, così come quelle di moltissimi adulti, è che l’incontro con lo psicologo sia un luogo in cui si verrà giudicati, criticati, trattati con farmaci o addirittura ricoverati! (Keating-Cosgrave, 2006). Tali pensieri sussistono soprattutto quando la richiesta di aiuto dei genitori, carica di preoccupazione, porta con sé una potente connotazione negativa: “C’è qualcosa di importante che non va in mio figlio e concerne la sua persona” (Selvini, 2003). Contagiato dall’ansia più o meno esplicitata dei genitori, o convinto lui stesso di avere qualcosa che non va, l’adolescente vede lo psicologo come una deriva nel mondo della patologia, dal quale potrebbe non uscire mai più.

Nulla di più terrorizzante…e nulla di più infondato! Si tratta infatti solo di fantasie molto distanti dalla realtà dell’aiuto psicologico, idee figlie di una scarsa informazione e di stereotipi culturali distorti che per fortuna oggi si stanno riducendo. Al contrario, i colloqui psicologici mirano a de-patologizzare, ad esorcizzare la paura di una secca ed inoppugnabile diagnosi, mostrando quanto la crisi in atto sia comprensibile e superabile.

I problemi presentati dall’adolescente o dalla sua famiglia, di fatto, non sono spiegati incasellandoli in un quadro patologico, ma al contrario facendo emergere le ragioni profonde e le funzioni del sintomo in quel determinato contesto.

  • Un secondo motivo per cui molti adolescenti sono riluttanti ad incontrare lo psicologo che i genitori hanno contattato è la volontà di portare avanti una protesta contro di loro. Considerandoli causa della propria sofferenza, il figlio adolescente li condanna e li critica, boicottando ogni loro iniziativa.
  • Altre volte, invece, l’adolescente semplicemente si chiude in sé stesso e nel suo dolore rendendo impenetrabile il suo mondo. Assume un atteggiamento passivo e resta in uno stato di sospensione in attesa che i suoi desideri possano un giorno essere magicamente esauditi.

Alla luce di questi dati, lo scopo del mio articolo è quello di spiegare ai ragazzi che possono giovare dell’aiuto psicologico in un modo che non hanno mai nemmeno sperato, e illustrarne loro i motivi.

Iniziare un percorso con uno psicologo è l’occasione per vederci finalmente chiaro in una situazione opaca e insopportabile.

A seconda dall’età del ragazzo, delle sue esigenze e del tipo di problema esistente, lo psicologo indicherà se la strada migliore sia un percorso individuale o familiare. In particolare, se il ragazzo è in piena adolescenza, vale a dire più o meno tra i 12 e i 22 anni, può essere fondamentale servirsi di colloqui familiari per risolvere il problema in modo efficace e durevole in tempi ragionevolmente brevi. Superato il periodo dell’adolescenza, dato il bisogno di consolidare la propria autonomia al di fuori della famiglia, i colloqui individuali possono invece rappresentare il sistema migliore.

In questo articolo vorrei dedicare attenzione ai benefici del formato familiare.

Innanzi tutto è bene chiarire che per un adolescente partecipare ad incontri insieme ai familiari non gli impedirà di avere con lo psicologo anche uno spazio interamente dedicato a lui e solo a lui.

Si capisce, accettare di incontrare uno psicologo assieme ai propri genitori è una mossa che richiede coraggio, ma è l’unica che potrà aprire nuovi scenari in cui poter davvero cambiare le carte in tavola. L’incontro familiare, infatti, dà modo al terapeuta di ascoltare le posizioni di tutti i membri della famiglia e osservare il modo in cui interagiscono fra loro. Ciò gli permette di:

  • farsi un’idea più autentica della situazione;
  • valutare rapidamente quali sono le risorse e le problematiche di ciascuno;
  • disporre di più risorse per riconoscere gli eventi cruciali che sono all’origine del problema portato.

Durante i colloqui la famiglia potrà co-costruire con il terapeuta un significato condiviso riguardo i problemi che vive (Selvini, 2003).

Nello studio dello psicologo il genitore e lo stesso adolescente potranno mettersi in discussione in modo costruttivo, in uno spazio emotivamente sicuro (Escudero et al., 2010), protetto da giudizi e recriminazioni.

Il lavoro psicologico si serve sia della dimensione presente o sincronica (“qui ed ora”), sia di quella passata, o diacronica. 

  • Qui ed ora: Osservando come ciascun membro della famiglia interagisce con l’altro, è possibile lavorare per modificare quelle modalità relazionali in modo che siano più adeguate a rispondere alle esigenze degli altri membri, in primis del figlio, ma allo stesso tempo anche a promuovere il proprio benessere.
  • Dimensione del passato: Nello spazio sicuro della seduta, avviene qualcosa di stra-ordinario: sotto la guida dello psicologo, si apre una riflessione sulla storia di ciascun familiare dalla quale emergeranno collegamenti con la relazione che egli ha attualmente con l’adolescente. Sulla base delle storie che affiorano, quelle peculiari modalità relazionali di ciascun genitore aquisiscono un senso e diventano comprensibili.

Attraverso i vari passi del lavoro psicologico con la famiglia, lo psicologo potrà dare avvio a riconciliazioni ed avvicinare/riavvicinare tra loro i membri della famiglia.

Per l’adolescente problematico, non cogliere quest’opportunità di fare chiarezza una volta per tutte vuol dire perdere l’occasione di diventare protagonista attivo di fronte alle difficoltà che vive, vuol dire rinunciare a superarle nel modo più rapido e valido che ci sia.

Rivolgersi ad uno psicologo insieme alla propria famiglia è la strategia più utile ed efficace per liberarsi dai pesi e trovare un nuovo slancio con cui iniziare a vivere a pieno la propria vita.

Autore: Alessia Mancini

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