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Le tossicodipendenze: diverse tipologie, diverse origini.

Le tossicodipendenze: diverse tipologie, diverse origini.

Chi è il tossicodipendente?

Comunemente si tende ad etichettare chi ha una dipendenza da sostanze come qualcuno che porta dentro di sé le cause della propria dipendenza e che tale condotta patologica sia esito di una cattiva educazione ricevuta dai genitori (Campanini, 2002).  

La tossicodipendenza è stata generalmente spiegata in modo lineare e riduttivo, adottando una visione semplicistica che tende a separare il soggetto dal proprio contesto e a concepirlo come isolato.

A partire dagli anni 50, in risposta al riduzionismo, si è sviluppata una concezione sistemica della tossicodipendenza. Tale concezione è basata su una logica circolare, che considera ciascun comportamento interconnesso con quello degli altri, di cui ne è allo stesso tempo causa ed effetto.  Si è così iniziato a guardare alla dipendenza non solo come disturbo isolato della personalità dell’adolescente e giovane adulto, ma anche come fenomeno sintomatico di una problematica familiare più ampia (ricordiamo in tal senso i contributi pionieristici di Minuchin e Haley).

Di conseguenza, nella cura dei pazienti tossicodipendenti gli psicoterapeuti sistemici hanno potuto trarre grandi benefici analizzando il contesto in cui erano inseriti ed intervenendo su esso. L’approccio sistemico-relazionale, infatti, permette al terapeuta di spostarsi dal sintomo dipendenza alla persona dipendente e poi, allargando il campo d’osservazione, al contesto e all’universo di relazioni nel quale quella persona si muove.

In questo universo relazionale la risposta tossicodipendente assume senso e coerenza in base ai ruoli di tutti i membri coinvolti (Campanini, 2000; Cirillo et al., 1996; Gulotta, 1982).

“Il sintomo della tossicodipendenza non è una disfunzione del singolo individuo, una manifestazione esteriore di una patologia interna al soggetto, ma ne coinvolge l’intero sistema relazionale di appartenenza, nel quale prende forma e assume un significato proprio” (Selvini Palazzoli et al., 1976).

Luigi Cancrini e molti altri psicoanalisti hanno definito la dipendenza da sostanze come un tentativo di autoterapia da parte di un figlio che vive delle difficoltà all’interno del nucleo familiare.

Le diverse tipologie di tossicodipendenza

Il modello elaborato da Cancrini (1982) prevede che i diversi casi di tossicomania possano essere raggruppati in quattro tipologie, dove ogni tipologia presenta delle caratteristiche peculiari.

Tipo A: In questa categoria rientrano tutte quelle situazioni in cui la dipendenza è chiaramente legata ad un trauma psichico, come una malattia, un lutto o una separazione, avvenuto poco prima dell’inizio della condotta tossicodipendente. L’atteggiamento verso le sostanze è caratterizzato dalla ricerca compulsiva di un’anestetizzazione della sofferenza sperimentata, quindi dalla necessità di un forte stordimento. Per questo motivo, le sostanze preferite da queste persone sono l’eroina e l’alcool.

Di solito questo tipo di disagio investe giovani che sono sempre stati percepiti come figli ‘esemplari’ ma che in adolescenza si scontrano con un trauma nel momento della propria individuazione. Tipicamente sono ragazzi appartenenti ad una famiglia in cui, di fronte a situazioni dolorose, si mettono sistematicamente in atto condotte di evitamento del processo di elaborazione del lutto (Bowlby, 1973).

Le ricerche cliniche hanno dimostrato che il trattamento più efficace con queste persone è la terapia individuale, che può servirsi occasionalmente del coinvolgimento dei familiari. Naturalmente è anche necessario un supporto farmacologico per combattere la dipendenza e gestire l’astinenza.

Tipo B: Qui rientrano tutte quelle tossicomanie che hanno a che fare con l’area nevrotica, in cui vige la necessità di evitare il confronto con un conflitto interno, poiché intollerabile. Questo conflitto tipicamente insorge nell’adolescente o nel giovane adulto in fase di individuazione e svincolo da una famiglia d’origine con particolari caratteristiche: famiglie per le quali la vita all’esterno è percepita come minacciosa e i legami familiari sono vissuti come unica vera rassicurazione. Fino all’adolescenza la vita di queste persone scorre armoniosa. Tutto inizia a cambiare nel momento dell’individuazione del figlio, evento critico previsto nel ciclo vitale della famiglia caratterizzato dalla necessità di emanciparsi e investire nella socializzazione al di fuori della famiglia. In questa fase l’adolescente inizia a sperimentare un malessere. L’imperativo affettivo e morale che ha caratterizzato la sua vita fino a quel momento, cioè la necessità di vicinanza e unione familiare come garanzia di sicurezza, lo porta a sperimentare un conflitto interiore tra il bisogno di quei legami familiari rassicuranti e l’urgenza di allentarli in quanto vissuti come soffocanti.

Avendo vissuto con il mito della vicinanza familiare irrinunciabile in quanto unico luogo sicuro in un mondo di cui non potersi fidare, desiderare una presa di distanza emotiva dalla propria famiglia fa sentire il figlio fortemente in colpa. Allo stesso tempo, egli sperimenta frustrazione perché sente il bisogno di svincolarsi. Solitamente tali emozioni, travolgenti ma non esplicitabili, si riversano sul corpo attraverso somatizzazioni (sintomi di conversione) e disturbi sessuali. Il sintomo della dipendenza da sostanze, in questi casi, esprime anche la dipendenza dal nucleo familiare, poiché permette al ragazzo di ricercare e ottenere attenzioni e cure da parte dei genitori.

Per quanto riguarda la coppia genitoriale, di fronte all’esigenza di svincolo del figlio adolescente questa non riesce a riorganizzarsi dal punto di vista relazionale e strutturale, per cui, in modo più o meno esplicito, si oppone a tutti i movimenti verso l’esterno: primi fidanzatini, primi viaggi con amici, ambizioni di studiare lontano da casa ecc… .

Un’altra motivazione che spinge i genitori ad esercitare una forza centripeta di richiamo del figlio dentro la famiglia è il loro conflitto o stallo di coppia. Quest’ultimo può configurarsi con un padre periferico ed una madre che trova nella vicinanza al figlio la ragione della sua vita (ciascuno di questi atteggiamenti può essere causa ed effetto dell’altro). Ecco che quando il figlio arriva all’età dello svincolo, i genitori lo ostacolano perché la sua presenza è funzionale al mantenimento di un equilibrio di coppia e familiare che altrimenti crollerebbe. Il sintomo dunque ha un ruolo omeostatico: il comportamento definito come deviante permette il mantenimento dello stallo della famiglia, del suo equilibrio. Se questo equilibrio – pur disfunzionale – si perturbasse, la famiglia entrerebbe in crisi e correrebbe il rischio di essere distrutta.

Il sintomo della tossicodipendenza è un regolatore in grado di distogliere l’attenzione degli altri membri, solitamente i genitori, dai propri conflitti”. (Stefano Cirillo, 1996, 2017)

Dato il ruolo centrale della famiglia in questo tipo di patologia, il trattamento ottimale, sempre accanto al supporto farmacologico, consiste nella terapia familiare.

Tipo C: Al terzo tipo appartengono le tossicomanie dette “di transizione”, cioè al limite tra nevrosi e psicosi. Sono caratterizzate da disturbi gravi della personalità,  disturbi fasici del tono dell’umore, dove la sostanza facilita gli slittamenti maniacali e gli episodi depressivi, o gravi situazioni depressive contraddistinte da un atteggiamento compulsivo ed autodistruttivo.

La sostanza, soprattutto all’inizio, produce stati di esaltazione gioiosa, definita come “luna di miele”. In seguito si farà sempre più forte il bisogno di essere cronicamente stordito. Sotto l’effetto della sostanza, il soggetto si sente più capace di entrare in contatto con sé stesso e con l’altro rispetto a quando non la assume. Spesso in queste famiglie i genitori sono entrambi coinvolti nella tossicodipendenza e vita privata del figlio.

L’organizzazione familiare di queste persone presenta rilevanti somiglianze con la famiglia di pazienti anoressiche. In entrambe le famiglie vi è un alto livello di mistificazione dei rapporti dentro e fuori la famiglia, la tendenza ad ignorare i messaggi degli altri e la ricerca della leadership attraverso la malattia, che si configura come auto-sacrificio.

Le tossicomanie di tipo C sono le più ostiche da trattare, per questo l’intervento psicoterapeutico comporterà l’adozione di particolari strategie.

Tipo D: Nel quarto tipo rientrano le tossicomanie dette “sociopatiche” caratterizzate da una tendenza del soggetto ad assumere comportamenti antisociali, che è possibile riconoscere già prima dell’inizio della tossicodipendenza.  L’assunzione di sostanze è del tutto integrata nello stile di vita di questi ragazzi, che minimizzano gli effetti e i danni della loro condotta e ne parlano con distacco. Questi soggetti sono i più esposti al rischio di politossicomanie. Appaiono come persone fredde e incapaci di amare e accettare amore e percepiscono l’ambiente come freddo e ostile. Solo occasionalmente, vedono il mondo illuminato da provvidenziali “salvatori” (ad es. un particolare operatore di una comunità terapeutica frequentata).

Questi giovani appartengono in genere a famiglie con uno svantaggio socio-culturale. Nella loro infanzia si ritrova spesso una carenza di cure materne, famiglie disorganizzate e disimpegnate, dove sembra non sussistere un’interdipendenza. Nei casi meno gravi, invece, il modello familiare presenta somiglianze con quello delle tossicomanie di tipo B.

Il disadattamento del giovane inizia a manifestarsi con difficoltà scolastiche; più tardi, con scontri sempre più violenti tra la sottocultura delinquenziale al quale egli si sente appartenere e le regole imposte da una società percepita come ostile e crudele.

Nel trattamento di questi casi può essere vantaggioso organizzare una “catena terapeutica” in cui collaborino più imprese. Il punto di arrivo più utile risulta essere l’intervento comunitario, che può colmare le gravi carenze nei rapporti sociali e familiari accogliendo il soggetto in un gruppo in cui possa sentirsi più sicuro.

Questo approfondimento sul mondo della tossicodipendenza attraverso l’analisi delle storie che vi sono dietro ha due preziosi scopi.

Il primo è far comprendere cosa muove verso una tale condotta autodistruttiva. 
Mi è doveroso puntualizzare che, naturalmente, trattandosi di un articolo divulgativo, ho semplificato e schematizzato il più possibile i meccanismi eziopatogenetici, i quali sono decisamente più complessi e articolati, poiché complesse e articolate sono le storie di vita di ciascuno, con i propri aspetti di relatività e unicità.

Il secondo è quello di ricordare che la psicoterapia è l’unico strumento attraverso cui far luce sul profondo dolore portato da chi fa uso di sostanze e produrre attivamente un cambiamento. La psicoterapia è l’occasione per mettere al bando le etichette e dedicare attenzione alla storia del tossicodipendente, nel momento in cui egli trova la forza di raccontarla. Nuove storie e nuovi possibili futuri prendono forma attraverso le premesse e le spiegazioni co-costruite nella terapia sistemico-relazionale, rappresentando una realtà diversa da quella data per scontata sino a quel momento dal soggetto e da chi gli è intorno.

Una buona terapia portata a termine genera un cambiamento che conduce a sospendere l’uso di sostanze, quindi permette di salvare tante vite che erano appese a un filo.

Autore: Alessia Mancini

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