Il narcisismo digitale e la dipendenza dall’approvazione

IL NARCISISMO DIGITALE E LA DIPENDENZA DALL’APPROVAZIONE

Che cos’è il narcisismo digitale?

Molte ricerche hanno attestato una correlazione tra l’arrivo dei social network e la proliferazione dei tratti narcisistici di personalità nella popolazione occidentale (Twenge, Campbell, 2009; Agostini, 2017), fino a parlare di un’epidemia chiamata “narcisismo digitale”. Questo fenomeno consiste in un insieme di pratiche comunicative basate sulla continua ricerca di gratificazione attraverso l’esibizione di sé e della propria vita, spettacolarizzandola. “Un egocentrismo così accentuato da apparire patologico” (Zona, 2015). In altre parole, la tendenza a vivere per posare.

Diversi studi hanno attestato che ormai per molti giovani, soprattutto fino ai 34 anni, condividere “pezzi di sé” è diventato un gesto istantaneo, quasi automatico (oversharing), perciò il profilo social si è trasformato in un’estensione naturale del proprio Sé.

Il cartesiano “cogito ergo sum”- “penso, quindi sono”- diverrebbe oggi “posto, quindi sono”.

Il narcisismo digitale, manifestazione del bisogno di validare la propria immagine di perfezione, non può che collocarsi perfettamente nella società odierna, una società individualista e competitiva in cui si apprezzano sempre meno le persone per quello che sono e sempre più per come appaiono.

In questa società, il Web ben si presta agli scopi autoreferenziali, in quanto costituisce una cassa di risonanza per l’immagine di sé, come una piazza in cui esibirsi. C’è anche chi l’ha definito una casa piena di specchi in cui si ha l’illusione di moltiplicarsi, ma in realtà ci si frammenta.

Il fenomeno dell’Image Crafting

Perfettamente in linea con i moderni costumi, in cui si cura sempre più l’esteriorità e sempre meno l’interiorità, un altro fenomeno in fase di espansione è l’Image crafting, che consiste nel ritoccare le proprie foto in modo da dare un’immagine di sé più perfetta possibile.

Spinto dal bisogno di affermazione della propria identità, il narcisista digitale proietta una versione idealizzata di sé: brillante, gioiosa, avventurosa, invidiabile, intrigante…. Quello che Freud avrebbe definito “Ideale dell’Io”. Egli si identifica con questa figura ideale, anche se solo temporaneamente e illusoriamente, e vuole farla conoscere agli altri. Tutto allo scopo di ottenere attenzione. Tutto per quei “mi piace”.

Quali conseguenze può portare l’image crafting?

In un mondo di immagini ideali, risulta più difficile per gli adolescenti sviluppare aspettative più autentiche e realistiche sul futuro. Ci si distrae da cosa può piacer essere o fare a noi, e si è condizionati da quello che può piacere di più agli Altri, a scapito del proprio senso critico. (Per approfondimenti su questo tema puoi consultare l’articolo “Allenarsi al desiderio”)

Si perde il focus sulla propria personalità e unicità a livello interiore, per rimanere incastrati in una frivola vetrina in cui esibire nient’altro che la propria apparenza: l’esteriorità che possa fondare la propria reputazione agli occhi degli Altri. La trappola sta nel fatto che occupandosi solo di curare la propria vetrina, l’interiorità rischia di restare così arida da farsi bastare una manciata di “mi piace” su immagini costruite e artificiali.

Questa è l’epoca, come direbbe il Dalai Lama, in cui tutto viene messo in vista sulla finestra, per occultare il vuoto della stanza“.

Ma chi sono gli “Altri”?

Posto che siamo sempre stati in qualche misura alla ricerca di approvazione, se in passato ci interessava quella delle persone più vicine a noi (familiari, amici e colleghi), oggi questo non basta più. D’altronde i social network sono nati con la funzione di creare più connessioni possibili, allargando la cerchia di influenza anche a conoscenti e sconosciuti, di cui ci troviamo improvvisamente a guardare le vite (per la precisione, ciò che delle loro vite vogliono mostrarci), e dai quali ci interessa essere approvati.

I membri di questa nuova, ampia cerchia virtuale si chiamano followers. Ogni volta che riceviamo un “mi piace”da un follower, la nostra autostima cresce. Non importa tanto chi sia ciascun nostro follower, quanto piuttosto che lo sia, che sia un numero in più nella nostra lista, un like in più ad ogni nostra foto.

L’”extimità”

Una pratica piuttosto sconcertante, ma oggi ormai molto comune, è quella di pubblicare fotografie che immortalano i momenti più privati della vita quotidiana, come le coccole prima di dormire al proprio bambino, rigorosamente in pigiama, o i momenti di coppia più appassionati…per non parlare dei selfie davanti allo specchio del proprio bagno di casa, in intimo o con i pettorali bene in vista. 

Questo fenomeno è stato definito “extimity” dallo psichiatra Serge Tisseron, intendendo il “desiderio di mostrare frammenti della propria intimità con la speranza che lo sguardo altrui riconosca il loro valore e li trasformi in realtà davanti ai propri occhi”. Tale concetto è stato mutuato da Jacques Lacan.

Riportando le parole di Willy Pasini, “viviamo sotto il segno dell’extimità, il contrario dell’intimità, che si esprime attraverso un’ininterrotta esternazione di sentimenti e sessualità, un po’ come indossare una sottoveste sopra gli abiti. Una forma di “outing” forzato, equivalente a ciò che – a livello corporeo – chiamiamo “esternismo”…farsi fotografare nude col pancione, stile Moore, Crawford e Bellucci”.

Per il narcisista digitale, però, il mostrarsi ha delle implicazioni molto più rilevanti rispetto alla media generale. Per lui, esibirsi è diventato il principale modo di esistere: egli esiste solo se può essere visto e riconosciuto.

Di conseguenza, il narcisista non si preoccupa tanto di ciò che mostra, quanto più dell’effetto che ottiene: il numero dei like o dei followers viene assunto a unità di misura del proprio valore. Il numero dei like e dei complimenti ricevuti diventa un rinforzo positivo che lo spingerà a postare ancora. Un ciclo che si autoalimenta.

Aspetti neurologici della dipendenza dai like

Il rischio di sperimentare una dipendenza dall’approvazione sui social non deriva solo dai fattori psicologici riferiti fin’ora, ma anche da meccanismi neurologici di cui è importante avere consapevolezza.

I rapidi feedback che il nostro cervello riceve dallo smartphone sono letti come segnali di piacere. Ancor più piacevoli sono i like, che stimolano il rilascio di dopamina ed endorfine, i neurotrasmettitori del senso di ricompensa, soddisfazione ed euforia. Queste sostanze ci spingono a volerne sempre di più, proprio come accade con la droga.

In effetti, quando diciamo di essere “dipendenti” dal nostro telefono, non usiamo un’espressione figurata, lo siamo davvero. A dircelo sono le neuroscienze, le cui ricerche hanno rilevato che quando non abbiamo con noi il nostro smartphone abbiamo gli stessi sintomi di astinenza dalle droghe o dagli oppioidi, un senso di vuoto e di perdita.

È quindi anche per queste ragioni che lo smartphone è diventato il principale canale che convoglia l’attuale tendenza all’esibizionismo e l’ossessiva ricerca di approvazione fin qui descritte.

ANTIDOTI:

Ecco un breve elenco di quelli che sono i modi per non rimanere invischiati nella dipendenza dall’approvazione altrui:

1) Sviluppare un’intelligenza relazionale, cioè dare importanza alla qualità delle relazioni. Più amici, meno followers. Più relazioni intime, meno superficialità.

2) Stabilire un buon contatto intimo con noi stessi. Non aver paura della solitudine ma regalarsi momenti per stare soli con se stessi e mettersi in contatto con i propri stati emotivi e con i propri desideri.

3) Recuperare l’autenticità: non confondere reale e virtuale, ma armonizzarli. Seguire le proprie inclinazioni, selezionare e distinguere ciò che ci fa bene e ciò che non fa per noi.Come diceva Carl Jung: “il privilegio della tua vita è diventare chi sei veramente”.

4) Imparare a disconnettersi, per connettersi con il mondo reale. Non si tratta di abbandonare i social network, ma di usarli nella giusta misura. Darsi regole sui tempi di connessione.

(Per approfondimenti puoi consultare l’articolo “Come fare della tecnologia una valida alleata?”)

L’autostima nell’era del narcisismo digitale

Abbiamo visto come il narcisista, sebbene sembri un dio atarattico, impassibile e imperturbabile, in realtà è alla smaniosa ricerca di considerazione, da cui dipende profondamente. La sua autostima ipertrofica è in realtà soggiogata dall’approvazione altrui, quindi, quando si parla di like, per lui la posta in gioco è molto alta.

Sicuramente fa piacere a tutti godersi qualche attimo di notorietà per una propria foto o un proprio post, ma per rimanere integri bisogna comprendere che tutto finisce lì. Non sarà certo una sfilza di fugaci click di conoscenti sul simbolo di un pollice in su a decretare il nostro valore.

Non possiamo credere che la nostra identità sia solo l’apparenza, come non possiamo credere che al mondo basti solo quella!

Ciò che ci differenzia dagli altri sono le esperienze vissute, gli sforzi che hanno portato ai successi, le lezioni imparate dagli insuccessi, le relazioni costruite e l’arricchimento che ne è derivato, le conversazioni stimolanti che ci hanno incantato ed insegnato qualcosa, le crisi esistenziali, le nostre riflessioni e i momenti di ripresa. Le nostre intenzioni e i nostri modi. E’ la totalità di tutti questi elementi che fonda la nostra identità, e perciò la nostra unicità.

Non dimentichiamolo.

Autore: Alessia Mancini

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